Richard Kalvar: il fotografo tra il sacro e il profano

Richard Kalvar è uno dei fotografi che sicuramente bisogna studiare, le sue fotografie mi hanno sempre affascinato e incanto per la sua profondità emotiva e la sua capacità di suscitare domande in ogni fotografia.

Kalvar è nato nel 1944 a Brooklyn, New York. Studia alla Columbia University, dove si laureò in storia dell’arte nel 1965, e subito dopo nel 1966, Kalvar si trasferì a Parigi dove entra a far parte dell’agenzia Magnum.

È senza dubbio un fotografo che sa distinguersi, sa usare il bianco e nero ma allo stesso momento riesce a capire qual’è il momento giusto per premere il bottone.

È forse per questo che le sue fotografie catturano la mia attenzione?

Scrivo questo articolo perché in alcuni periodo del mio studio mi sono imbattuto in questo grande fotografo, e vi confesso che non ho mai smesso di guardare le sue fotografie.

Le Influenze e l’Approccio di Kalvar

Tutto come sempre inizia delle influenze e Kalvar è influenzato dall’arte visiva alla letteratura e uno dei suoi più grandi maestri è il celebre fotografo Henri Cartier-Bresson. Il suo linguaggio fotografico si nutre di un’incessante ricerca di significato, ed è per questo che le sue fotografie generano tante domande donandoci sfaccettature dell’esistenza umana che il più delle volte ignoriamo.

L’approccio non è aggressivo e in alcune occasioni riesce anche ad interagire con i soggetti fotografati, e non riesce più a distinguere la fotografia di strada da quella personale infatti non è raro trovare nei suoi lavori anche parte del suo diario personale.

Progetti Fotografici di Kalvar

Kalvar è tremendamente ironico, allo stesso momento c’è una durezza di base che fa riflettere e porta lo spettatore ad affrontare l’umanità in tutte le sfaccettature. Mi domando a volte se si può definire un fotografo di strada oppure un fotografo documentarista, ma so che sfrutta le strade affollate come nel suo teatro personale.

Tra i progetti iconici che consiglio di studiare c’è “Earthlings” che dimostra la sua capacità di metterci in relazione con l’essenza dell’umanità in modo provocatorio e coinvolgente.

Il viaggio ha sempre avuto una componente importante nel suo lavoro, viaggiando sia in Asia che in Europa e senza ombra di dubbio Roma è una delle sue città preferite.

Roma attraverso gli Occhi di Kalvar

Tra le città che hanno ispirato Kalvar, Roma occupa un posto speciale nel suo cuore. Le sue fotografie della città eterna catturano l’essenza dell’antico e del moderno, del sacro e del profano. Kalvar racconta che appena poteva faceva un salto in Italia, e Roma negli anni 70′ era la sua città preferita che gli ha donato numerosi scatti iconici.

Le sue fotografie rivelano una Roma sospesa tra il passato glorioso e il presente tumultuoso, offrendo uno sguardo intimo sulla vita quotidiana della città.

Il Potere del Bianco e Nero

Il bianco e nero è una scelta stilistica significativa per Kalvar, che sfrutta le sue qualità intrinseche per creare immagini cariche di drammaticità e mistero. In tutte le fotografie si nota il suo pensiero in bianco e nero, infatti secondo me è un maestro in questo e penso che sia dovuto alle sue influenze.

Conclusione

Richard Kalvar è un fotografo sicuramente da studiare, e non sono sicuramente fotografie facili da interpretare.

Buona Luce

Emanuele

Stephen Shore il fotografo dei posti insoliti

Stephen Shore è un fotografo statunitense nato nel 1947, ha imparato a fotografare a 6 anni ed è considerato un grande maestro perché ha contribuito in modo significativo alla fotografia americana e all’arte contemporanea.

Shore è stato influenzato dalla fotografia di Walker Evans, dalla corrente artistica del New Topographics, che ha esplorato l’impatto dell’uomo sull’ambiente e Andy Warhol, specialmente la concezione di Warhol di un’arte democratizzata e accessibile a tutti.

Per me Stephen Shore è un fotografo del calibro di William Wggleston che ha saputo adattarsi ai tempi come Joel Meyerowitz, studiando le arti visive all’estremo ed è per questo che merita la mia ammirazione.

“Una fotografia ha bordi, il mondo no”….”Penso che i fotografi più seri comprendano che esiste un grande divario tra il mondo e come lo stesso appare attraverso una fotografia” S.S.

La composizione fotografica di Shore

La composizione fotografica di Stephen Shore è caratterizzata da un’attenzione meticolosa all’ordine e alla precisione.

Shore utilizza spesso la tecnica della fotografia “frontale”, in cui l’oggetto fotografato è inquadrato in modo preciso e centrato, o in alternativo il fuoco fa da padrone all’intera foto, creando un’immagine pulita e ordinata, una tecnica che è stata oggetto di discussione con Guido Guidi in un incontro in Italia.

Questa tecnica viene utilizzata per creare un equilibrio visivo tra gli elementi nell’immagine e per mettere in risalto, i dettagli e i colori della scena.

Tra gli elementi ricorrenti ci sono: le automobili, vetrine, camere di hotel, ristoranti ma quello che mi attrae è l’abilità nel gestire la luce che gli permette di creare immagini che sono allo stesso tempo realistiche e surreali, attirando l’attenzione del pubblico su dettagli e aspetti che altrimenti potrebbero essere trascurati.

Curiosità : Si narra che la macchina verde che troviamo in numerose fotografie sia sua, e che lui scendeva dall’automobile e riusciva a trovare il punto giusto per collocarla.

I lavori di Stephen Shore

Stephen Shore è conosciuto per la sua vasta produzione fotografica, che spazia da paesaggi urbani e rurali a fotografie di viaggio. Alcuni dei suoi lavori più noti includono:

  • “American Surfaces”: Questo progetto fotografico documenta il viaggio di Shore attraverso gli Stati Uniti negli anni ’70, catturando immagini di paesaggi urbani e rurali, nonché di ristoranti, motel e altri luoghi di vita quotidiana. Queste fotografie hanno un forte senso di realtà e al contempo sono surreali, mettendo in evidenza l’unicità delle culture regionali americane.
  • “Uncommon Places”: Questo progetto fotografico, anch’esso documentato durante un viaggio negli Stati Uniti, esplora la relazione tra l’uomo e l’ambiente attraverso fotografie di paesaggi urbani e rurali, nonché di edifici abbandonati e luoghi industriale. Queste immagini sono caratterizzate da un’attenzione meticolosa alla composizione e all’utilizzo della luce.
  • “The Nature of Photographs”: Questo libro di saggi di Shore esplora il significato e la natura della fotografia, mettendo in evidenza come la fotografia sia un mezzo per catturare e interpretare la realtà. Il libro affronta anche questioni come la rappresentazione, la memoria e la percezione.

A passo con i tempi e innovativo

La sua innovazione nel portare la fotografia al di fuori dei confini della galleria e il suo utilizzo di tecnologie come la fotocamera a vista sul lato di un’auto e l’utilizzo dei droni, hanno reso la sua opera all’avanguardia e influente.

Shore che pilota un drone, foto dal suo IG

Passione per la condivisione

Sul web si trovano numerosi video di lui che parla e spiega e in alcuni come questo video che condivido in questo articolo lui gesticola per farsi comprendere al meglio.

La sua passione per la condivisione lo ha portato ad insegnare fotografia al Bard College di Annandale-on-Hudson, nello stato di New York dove lui è anche direttore del programma di fotografia e a scrivere “The Nature of Photographs” e a scrivere da poco Modern instances.

Conclusione

Continuerò a parlare di Stephen Shore perché parlare di lui in un solo articolo non basta, ho ricominciato a studiare la sua fotografia nel periodo della pandemia da covid/19 dove ho anche iniziato il mio progetto Thinking to leave.

Buona Luce

Emanuele

Chris Killip il fotografo che voleva vivere la storia

Chris Killip è stato un fotografo Inglese, un grande maestro che ha insegnato dal 1991 fino alla sua morte nel 2017 All’ Università di Harvard.

Ha cominciato a lavorare come fotografo professionista negli anni 60, ed ha da subito dimostrato un interesse per la fotografia sociale tanto che i suoi progetti avevano un proiezione verso le comunità operaie in situazioni di deindustrializzazione e cambiamenti sociali.

Quello che caratterizza killip è come sia rimasto legato alla sua terra non si sia spostato più di tanto, e non ha fotografato altro, trovando comunque lo scatto come altri grandi fotografi del suo tempo.

È grazie alla fondazione di Martin Parr e dell’agenzia Magnum che oggi i lavori di Killip sono fluibili.

La ricerca della verità

Una delle più grandi influenze è stato Wolker Evance perché secondo Killip ha lavorato secondo un suo metodo e stile ed ha mostrato chiaramente quello che stava vedendo.

In un intervista Killip racconta che un suo amico era sopravvissuto in Vietnam e che raccontava in che modo i suoi compagni erano morti e in che modo i sopravvissuti stavano conducendo la loro vita. Chi era entrato in politica e chi invece si era unito alla mafia.

Killip afferma che gli interessano le persone che vivono la storia, che la vivono e cos’è successo in quel momento in quel luogo e non è una storia scritta ma una storia osservata.

I progetti

Il lavoro di Killip ha accuratamente osservato la vita delle persone comuni, e le sue fotografie sono un importante registrazioni visive della Gran Bretagna una delle opere più famose di Killip è il libro “In Flagrante”, pubblicato nel 1988 e rappresenta il lavoro più importante ma ha anche lavorato ad altre serie e progetti come:

  • Seacoal (1989): Questo progetto si concentra sulla comunità di Lynemouth, nel Northumberland, che si occupava della raccolta del carbone sulla spiaggia.
  • Skinningrove (1989): Questa serie di fotografie si concentra sulla comunità di Skinningrove, un villaggio costiero nello Yorkshire del Nord.
  • Pirelli Work (1996): Questo progetto esplora la vita dei lavoratori nella fabbrica di pneumatici Pirelli a Burton-on-Trent.
  • A Day Off: An English Journal (2015): Questo libro raccoglie una serie di fotografie scattate da Killip durante i suoi viaggi in diverse parti dell’Inghilterra tra il 1970 e il 1980.

Il tema rimane costante in tutto il suo lavoro, non è affascinante? L’impegno e l’investigazione di Chris è rivolto alla storia e lo ripete costantemente.

L’incontro con Josef Koudelka

Killip racconta che josef Koudelka è stato con lui nel 1975 quando si è trasferito a Newcastle. Avrebbe portato dei fotografi Magnum a Newcastle per fare un progetto per un periodo di sei settimane.

Josef aprì una discussione a killip dicendo: Se dovessi rimanere per sei mesi o un anno, faresti foto diverse solo stando lì più a lungo e immergendoti nella superficie delle cose.

Killip così arrivò alla conclusione del discorso di Koudelka che stare nello stesso posto significa fare foto diverse e che farebbe foto diverse di qualcuno che è di passaggio.

Nel momento in cui scatti una fotografia, ciò che fotografi passa nel passato, poiché quel preciso momento non esiste più, è storia. Chris Killip

Conclusione

Chi ha conosciuto Chris lo ha definito di un empatia unica, un interesse a chi gli stava d’avanti con un ascolto attivo impressionante, ho avuto anche l’opportunità di parlare attraverso Instagram con chi l’ha incontrato.

Un ragazzo mi ha detto che aveva partecipato a un incontro attraverso la fondazione di Parr e aveva scambiato delle conversazioni importanti con Chris, dopo quell’evento ha incontrato Chris dopo qualche anno a una sua mostra in una galleria a Londra e Chris ricordava il ragazzo e lo ha salutato cominciando a parlare del più e del meno e di fotografia.

Sarà una caratteristica dei grandi fotografi? Questa conversazione mi ha ricordato il mio incontro con Joel Meyerowitz.

Buona Luce

Emanuele

Richard Sandler l’occhio della città

La fotografia di Richard Sandler è per me un connubio di influenze, e quando guardo le sue fotografie le domande sono tante.

Ho conosciuto la sua fotografia grazie a un intervista che gli era stata fatta per parlare dei fotografi newyorkesi, parlava di fotografia in modo molto familiare e così cominciai a cercare sui social il suo lavoro.

Dopo qualche anno usci il suo libro “The Eyes of the City”, che si trova costantemente sulla mia mensola dei libri.

Richard comincia a fotografare grazie a suo fratello che era un fotografo amatoriale, un giorno all’età di 16 anni prende la macchina fotografica del fratello e comincia a scattare da li comincia a sviluppare e stampare nella camera oscura, e rimane affascinato dalla fotografia.

La versatilità artistica Sandler è un incrocio affascinante tra la fotografia di strada e la regia cinematografica documentaristica. Oltre a essere un fotografo rinomato, Sandler ha diretto e girato otto film non fiction, creando opere che si immergono nelle profondità della realtà urbana.

Tra i suoi lavori più significativi spiccano “The Gods of Times Square,” “Brave New York,” e “Radioactive City”.

Le sue fotografie sono state accolte nelle collezioni permanenti di alcune delle istituzioni culturali più prestigiose al mondo: Brooklyn Museum, il Center for Creative Photography dell’Università dell’Arizona, l’Houston Museum of Fine Art, il Museum of the City of New York, la New York Historical Society e la New York Public Library.

I suoi maestri

Quando per la prima volta ho visto i progetti fotografici di Sandler ho pensato subito alla fotografia di Garry Winogrand, e in un intervista racconta il workshop che ha fatto con lui negli anni 70 e afferma di aver imparato tutto da lui specialmente l’approccio.

C’è una storia dietro ogni persona

La sua fotografia è pura essenza dell’istinto umano congelato nell’attimo. Per Sandler, premere l’otturatore della macchina fotografica è come scrivere un diario senza parole, una narrazione visiva che trasmette sfumature di pensieri come se cercasse le parole del suo diario. Nel corso degli anni, ha fatto una scoperta cruciale: la fotografia è diventata la sua forma di espressione primordiale, un linguaggio attraverso cui catturare e condividere le complesse sfaccettature del mondo che lo circonda.

Sandler ha compreso che dietro ogni scatto c’è una parte di sé, un riflesso delle sue emozioni, dei suoi pensieri e della sua connessione con le persone e i luoghi che incontra. La macchina fotografica è diventata traduttore. Attraverso questo processo, ha imparato a riconoscere non solo la bellezza visibile, ma anche le sfumature nascoste, le contraddizioni e la complessità di ogni situazione.

Le vere fotografie sono quelle che fanno più domande che risposte. Richard Sandler

Per me la sua fotografia ha un unico filtro, le sue domande e forse questo che trovo qualcosa in comune con la mia fotografia.

Conclusione

E voi conoscete questo grande fotografo? Sto continuando a scrivere dei fotografi contemporanei che seguo e che studio ma sono veramente pochi.

Vi invito ad iscrivervi alla mia newsletter, sarete rimandati a una pagina con una lezione gratuita sulla composizione inoltre vi invito a visitare la pagina eventi per scoprire i nuovi workshop in programma.

Buona Luce

Emanuele

Garry Winogrand: la fotografia al centro della sua vita

Il fotografo Newyorkese Garry Winogrand ha ispirato, sorpreso ed emozionato con la sua fotografia non solo me ma intere generazioni di fotografi, probabilmente per l’investigazione costante che si evince nei suoi scatti e per la loro complessità.

Una foto di Garry Winogrand scattata da joel meyerowitz

Per Winogrand la fotografia era proprio questo: vita e investigazione.

La sua fotografia a prima occhiata sembra banale ma nasconde una sensibilità difficile da comprendere.

Scattare molto

Garry Winogrand viene definito il primo fotografo digitale. La sua eredità consta di 2.500 rullini non sviluppati, 6.500 sviluppati senza provini a contatto, oltre a numerosi rullini e diapositive e foto a colori conservati al Center for Creative Photography.

Da un documentario su Garry Winogrand su youtube

La produzione di nessun fotografo contemporaneo con una macchina fotografica digitale è lontanamente equiparabile alla sua.

Come si può vedere la sua macchina fotografica porta i segni della sua prolificità. Pare scattasse da 6 a 12 rullini al giorno come si può intuire dallo stato di usura della banda metallica della sua Leica M4.

M4 di Garry Winogrand

Stavamo facendo un workshop che ci era stato presentato nella nostra accademia con Garry e dopo un pò non riusciva a stare fermo in aula e parlava a monosillabe e la cosa ci faceva un pò innervosire. Ad un certo punto Winogrand ci invita ad uscire, sistema la macchina fotografica e corre e attraversa la strada e in poco tempo aveva già scattato un intero rullino.

Da uno studente di Garry Winogrand

Le convenzioni le lasciamo a casa

Anche se era ispirato dal lavoro di Robert Frank, Walker Evans e Henri Cartier Bresson , Winogrand non seguiva le regole della fotografia dei suoi tempi.

A volte criticato per i suoi orizzonti storti si schermì in un’intervista affermando che l’orizzonte è una convenzione. Questo rende chiaro quanto per Winogrand le regole convenzionali e preconfezionate fossero superflue e che ciò che per questo grande fotografo era davvero essenziale era lo scatto.

Winogrand in uno scatto di Lee Fridlander

In tutte le fotografie c’è qualcuno che danza

Matt Stuart in un documentario su Winogrand

Essere sempre uno studente

Winogrand si comportava come uno studente accettando i suoi limiti ma cercava sempre un modo per superarli.

Foto di Joel Meyerowitz

In un’intervista risponde alla domanda di un partecipante il motivo per cui secondo lui era necessario accettare i propri limiti riferendosi a una foto di Robert Frank e raccontando di aver tentato di riprodurla. Si tratta della foto che Frank aveva scattato alla statua di Saint Francis e che Winogrand aveva cercato di riprodurre scattando da ogni angolazione possibile, tornando persino nello stesso posto più volte. Winogrand racconta che nonostante i molti tentativi non è riuscito a ottenere uno scatto all’altezza di quello di Robert Frank.

Foto della statua di San Luis libro the americans di Robert Frank
Entrambe le foto messe a confronto

Winogrand racconta questo esercizio per far capire che tipo d’investigazione c’è dietro una fotografia ma riportando un limite che cerca comunque di superare.

Ossessione per le scene

Winogrand non si limitava a correre e a volte fermare il traffico per attraversare, né di usare focali come il 28mm e il 35mm; era solito tirare (push) la pellicola Kodak Tri-X100 per avere più velocità nello scatto. Tutto allo scopo di non perdere nemmeno una scena.

L’aneddoto più significativo in questo senso è quello di Tod Papageorge che durante una delle loro uscite fotografiche è stato spintonato da Winogrand nell’intento di accaparrarsi una scena. Il povero Papageorge è riuscito per miracolo a mantenere l’equilibrio.

Foto di Tod Papageorge

Oltre il danno, la beffa: anche Papageorge è riuscito a fotografare la scena, ma ormai il momento decisivo era passato e i due giovani stavano ridendo fra loro. Forse chiunque altro si sarebbe arrabbiato, ma Papageorge conosceva bene Winogrand e non vide malizia nel suo gesto; solo la voracità di portarsi quella scena a casa prima che si perdesse per sempre nell’oblio.

Foto di Garry Winogrand

Condividere è la chiave di una sana fotografia

Garry Winogrand ha ispirato tanti fotografi venuti dopo di lui, ma è stato un fedele compagno di altrettanti suoi contemporanei: Joel Meyerowitz, il già citato Tod Papageorge, Lee Friedlander e tanti altri.

Winogrand ritratto in una foto di Joel Meyerowitz

Credo che questo sia un lato della fotografia importante: ispirare e inspirarsi, anche se la fotografia è un arte molto personale.

Personalmente alternare dei momenti di totale solitudine ad uscite con altri fotografi mi hanno aiutato tanto e condividere insieme delle esperienze è essenziale.

Foto di Lee Friedlander, Winogrand che fotografa John Szarkowski 

Il fotografo al centro

Quello che mi ha sempre affascinato è come Winogrand fosse solito mettere qualcosa di sé nelle sue fotografie. Ci sono diversi esempi nelle sue foto di questa tendenza che abbiamo già discusso in relazione ad altri fotografi come Lee Friedlander e Vivian Maier.

Relazioni e correlazioni

Trovo affascinante il lavoro di Winogrand “The Animals“, in cui la relazione tra gli animali e l’uomo è così evidente e suggestiva.

Foto dal libro The Animals

Per esempio in questa foto percepisco tristezza e forte drammaticità che spingono a chiedermi chi dei due soggetti sia davvero in gabbia, quale sia il loro stato d’animo e in che modo sono in relazione fra loro. Una chiave importante nel lavoro di Winogrand è proprio questa: il mettere in relazione l’ambiente e i soggetti, che personalmente trovo incredibile.

Il non volersi nascondere mentre scatta è una caratteristica dell’approccio che è molto difficile da spiegare oltre che affascinante.

Conclusione

Garry Winogrand non può che essere un grande maestro e in questo articolo volevo soffermandomi su alcuni aspetti che personalmente mi hanno catturato.

Ringrazio inoltre Joel Meyerowitz che mi ha concesso di usare per questo articolo alcune sue fotografie di Garry Winogrand.

Buona Luce

Emanuele

Robert Frank: il fotografo che ha rivoluzionato la fotografia

Robert Frank è uno dei fotografi che studio costantemente. The Americans è un libro che non finisce mai di stupirmi e non sono l’unico a sostenere che questo autore ha rivoluzionato la fotografia.

Parliamo di un fotografo che ha avuto l’opportunità di lavorare con altri grandi i quali hanno riconosciuto la sua visione fotografica, come ad esempio Walker Evans.

In foto Robert Frank fotografato da Walker Evans in scozia durante un servizio fotografico

Tools not rules

Una delle principali critiche che sono state fatte a Robert Frank sono le sue foto che non presentavano uno schema di composizione affine a quello dell’epoca. Ricordiamo che il mondo aveva conosciuto la fotografia europea di Henri Cartier Bresson che aveva imposto delle regole ferree a tal proposito. Una delle caratteristiche della fotografia di Frank, invece, è che nella sua composizione lavora sull’errore, risolvendo brillantemente prospettive nelle quali trovava anche delle associazioni.

La fotografia come racconto visuale

Se “The Americans” riceve il suo riconoscimento solo negli anni ’60 e proprio perché introduce un concetto nuovo di narrazione visiva. Frank ha lavorato sull’editing di questo progetto scegliendo 82 scatti su 28.000, raccontando gli Stati Uniti d’America in un viaggio e in cui sfruttando questo potere visuale il fotografo si racconta.

Racconto che ritroviamo nella sua raccolta autobiografica “The Lines of my Hand“, oltre che in “Good Days Quiet” nel quale riprende alcuni scatti e li ricolloca a formare una storia molto personale.

Quando le persone guardano le mie foto voglio che provino la sensazione che si ha quando si legge una riga di una poesia una seconda volta

Robert Frank

Questo concetto di narrazione visuale oggi ha rivoluzionato la fotografia scavalcando l’idea allora dominante su come la fotografia rappresentasse una riproduzione fedele della pura verità.

frammenti del documentario Don’t Blink_Robert Frank con Ed Lachman

Vi invito a vedere questo carosello che si trova su Ig con tre frammenti del documentario “Don’t Blink”, nel secondo video Robert Frank fotografa Ed Lachman con una polaroid ed è incredibile come risolve il frame.

Personalmente trovo fantastico il valore che Robert Frank dà agli scatti mantenendosi distaccato e nelle sue ultime interviste presentandosi molto fiero del suo lavoro.

Puro istinto

Lui stesso racconta che era bravissimo ad avvicinarsi alle persone e scattare senza essere notato. Robert dimostra di aver fatto uno studio negli anni, cavalcando le scene che si trovava d’avanti e sviluppando un coraggio che sconvolgeva i soggetti come racconta Joel Meyerowitz.

Contaminarsi e influenzare non è sbagliato

Robert Frank oltre ad ammettere di essere stato influenzato nei suoi lavori dalla fotografia europea e specialmente da Walker Evans. Facilmente però, studiando altri grandi fotografi, possiamo realizzare che Frank è stato a sua volta anche un mentore, come nel caso di Louis Faurer.

Louis Faurer. Mary and Robert Frank at San Gennaro Festival, N.Y.C., 1950

La sua grande influenza è stata capace di ispirare grandi fotografi a diventare tali, come noto nel caso di Joel Meyerowitz.

Conclusione

Vi invito a studiare il lavoro di Robert Frank e non limitatevi a “The Americans” ma esplorate anche il suo lavoro personale oltre che “Perù” e “London”.

Se avete la possibilità non fatevi sfuggire “Looking In” nell’edizione di Steidl che comprende anche Perù, London, The Americans onltre ai contact sheets.

Buona Luce.

Emanuele

William Klein il fotografo che ignorava le regole

Qualche giorno fa è venuto a mancare William Klein un fotografo estremamente influente, conosciuto principalmente per la fotografia di strada ma non solo. Un grande artista che non era solo fotografo ma anche un pittore infatti nei suoi ultimi lavori univa la pittura alla sua fotografia.

William Klein © Patrick Swirc

Ed oggi vorrei parlarvi di cosa ho imparato dalla sua fotografia principalmente quella che chiamano “fotografia di strada” e il titolo di questo articolo è riferito a una storia che racconterò più avanti.

Interagisci e affronta la tua paura

Quanti di noi vanno in giro con l’ansia? Klein invece non aveva nessuna paura si avvicinava e parlava con i soggetti oppure li provocava come in questa fotografia con il bambino che impugna una pistola.

Dai più contesto

In un intervista racconta che doveva fotografare un evento e che se aveva un 50mm non avrebbe mai scattato perché avrebbe solo portato a casa dei ritratti rubati e non l’intera scena.

Klein fotografa con un 21mm oppure con un 28mm come faceva Garry Winogrand perché il contesto è essenziale ci da tante informazioni e aiuta la nostra composizione.

Ho sempre pensato che l’ansia e la paura di scattare si vedono proprio dai mm dell’obiettivo del fotografo

Ammazza il tuo maestro

William Klein ha distrutto la fotografia di quel periodo ed innescato una miccia che ha raggiunto anche la fotografia americana ma il bello è che lo stesso Klein ha rigettato le basi della fotografia.

La cosa importante è che non dobbiamo essere tecnicamente perfetti ma seguire il nostro istinto, infatti alcune fotografie sono fuori fuoco o mosse e questo caratterizza lo stile di William.

La prima fotocamera la comprò da Henry Cartier Bresson e William non segui nessuna regola tanto che HCB dopo aver visto le sue fotografie litigo con William Klein minacciandolo che non avrebbe mai fatto una mostra in Francia.

Conclusione

Questi insegnamenti sono stati importante per la mia fotografia ma la cosa importante è non prendere qualsiasi insegnamento come una sfida, studiate applicate e vedete se funziona.

Buona Luce

Emanuele

John Szarkowski il fotografo che strappò la fotografia dalla pittura

Scommetto che non tutti conoscono John Szarkowski un fotografo che ha dato tanto alla fotografia che conosciamo oggi, un grande curatore che dopo essere entrato al MoMa presento la sua filosofia abbracciata anche dai grandi come Garry Winogrand, Bruce Devdson, Lee Friedlander e William Eggleston e tanti altri.

John Szarkowski 1986

Io stesso ho abbracciato la sua filosofia e penso che sia ancora valida.

La più grande battaglia

La più grande battaglia di Szarkowsli fu quella di strappare la fotografia dalle mani della pittura e dall’arte in generale, perché il mondo dell’arte quando nacque la fotografia conosceva la fotografia come un mezzo accessorio e non uno strumento che serviva per esprimersi. Il tecnicismo della fotografia negli anni settanta era criticato dalla pittura che non capiva come un mezzo potesse catturare dettagli e porzioni della visione e quindi i fotografi venivano criticati a volte chiamati truffatori perché la loro porzione(inquadratura) era ridotta e limitata.

John Szarkowski presento appena entrato negli anni settanta al MoMa una mostra collettiva dei grandi fotografi americani e successivamente dedicò a ogni fotografo una mostra, la critica era tanta a New York perché il vecchio curatore Edward Steichen aveva dato spazio alla pittura anche europea anche essendo un fotografo.

John era un testardo e subito dopo le accuse da parte del mondo della pittura scrisse il libro che tutti oggi conosciamo come “L’occhio del fotografo” dove lui scrisse la sua filosofia.

La sua filosofia

Szarkowski sosteneva che la fotografia è una forma artistica autonoma che non ha nessun legame dalla pittura ma solo qualche influenza e che il fotografo amatoriale era il tipo di fotografo che valorizzava la fotografia perché ne è fluitore e sostenitore, oltre al massimo dell’arte essendo privo di legami con i soggetti e gli ambienti che fotografava.

Sosteneva che Fotografi come Diane Arbus , Garry WInogrand e Lee Friedlander incorporavano il massimo della sua filosofia perché essendo fotogiornalisti mettevano qualcosa di personale nelle loro fotografie.

Da qui grazie all’introduzione della fotografia nelle scuole di giornalismo arrivò a scrivere articoli e riflessioni sulla fotografia aiutando anche numerosi fotografi.

L’occhio del Fotografo

Nulla da aggiungere un grande libro che non deve mancare nelle librerie dei fotografi, i cinque capitoli di questo grande libro come : la cosa in sé; il particolare e l’inquadratura ect. mettono in chiaro tutti gli aspetti che un artista deve sapere prima di cominciare a scattare.

Troviamo le fotografie di grandi fotografia ma anche di fotografi anonimi.

Buona Luce

Emanuele

Lee Friedlander il narratore sempre presente

Lee Friedlander è uno dei fotografi più ricorrenti nella mia libreria, penso perché ancora sono presenti sul mercato ed è un fotografo che va studiato, per la sua complessità ed è per questo che non tutti amano la sua fotografia anche perché è come studiare un altra lingua, con un vocabolario dedicato soltanto alla sua fotografia.

Friedlander nasce nel 1934 è ancora vivo e ancora fotografa nonostante i suoi problemi deambulatori sfrutta l’automobile per muoversi.

Ha ricevuto una laurea honorem all’università di Yale e anche lui fu inviatato da John Szarkowski il direttore del Moma a partecipare alla mostra New Documents con Garry Winogrand e Diane Arbus.

In questo articolo voglio invitarvi a studiare Lee Friedlander perché aiuta ad accorciare le distanze tra voi e la fotografia, ed è quindi di grande importanza.

Metti la tua passioni nelle tue fotografie

Friedlander ha sempre introdotto nelle sue fotografie il jazz perché era la sua seconda passione, nei suoi lavori c’è una caccia al musicista e lo si vede anche dalle forme che cerca nella sua fotografia urbana. Nella Mostra New Documents oltre al paesaggio urbano erano presenti fotografie di musicisti Jazz.

The Jazz People of New Orleans di Lee Friedlander

Ma come mai fotografa? un giorno si ritrova in una camera oscura perché doveva ritirare dei ritratti del padre e li rimane sbalordito da come le foto prendevano vita su carta e così inizio a studiare fotografia. Un giorno si ritrova come assistente di Stan Spiegel un ritrattista di zona e DJ, Lee all’età di 16 anni prende i consigli di Spiegel e inizia i suoi primi progetti fotografici.

Un Giorno Stan Spiegel gli inoltra un lavoro e comincia un amicizia tra i due finché un giorno si ritrovano insieme, e alla radio danno una canzone di Louis Armstrong e Stan comincia a parlare di Jazz, da li Lee unisce due grandi passioni la fotografia e il jazz.

Fridlander racconta che per lui ascoltare jazz è come sognare ad occhi aperti, da qui secondo me è nata una sorta di unione molto forte tra la streetphotography e il jazz e non è raro trovare fotografi che ascoltino jazz oppure trovare piccole mostre con un sottofondo o un concerto jazz, Io lo trovo fantastico e voi?

Si recava a casa dei musicisti oppure scattava nei concerti per farli sentire a proprio agio, come se anche lui temeva in qualche modo la sua presenza.

un altro aspetto della sua fotografi che mi ha fatto riflettere molto è come la sua fotografia professionale si discosti come nel caso delle cover di famosi dischi jazz alla sua fotografia di strada.

Cerca le tue emozioni

Quante volte vi è capitato di voler trasmettere le vostre emozioni nelle fotografie, come la nostalgia oppure l’insicurezza o la solitudine io penso che la maggior parte dei fotografi oggi vogliono trasmettere per lo più la bellezza che li circonda perché oltre a un messaggio positivo è facile arrivare ad interessi comuni.

Lee ha sempre cercato le sue emozioni e lo si vede da tutte le fotografie persino i suoi autoritratti, e mi ha fatto capire quanto sia importante l’introduzione di un elemento umano in una fotografia.

La foto del televisore ci da idea di una autore complesso, io stesso ho avuto tanta difficoltà a decifrare cosa voleva dire Friedlander, con queste fotografie, e cercare delle emozioni equivale anche a trovare un tema, cosa non facile.

Wolker Evance vedendo le foto di Friedlander dice: ” lo schermo di questi televisori in modo tale che la gente si converta in una sorta di sostituto delle persone, persone che non sono li”

Secondo me una chiave fondamentale per leggere queste fotografie è attenersi a cosa dice Wolker Evance, in qualche modo noi ci convertiamo nello schermo televisivo.

Introduci te stesso nelle tue fotografie

Friedlander è famoso per i suoi autoritratti che oggi chiamiamo selfie, e anche per l’introduzione della sua ombra nelle sue fotografie.

Riesce a stabilire una connessione con chi vede le sue fotografie come a dire “si io sono qui, e allora?” , in questo modo l’interpretazione della fotografia cambia come se in una storia ci sia un narratore. Oppure chi è l’uomo che si trova a passare di li? come mai quest’uomo si avvicina a questa donna? sorgono tantissime domande.

Quello che mi ha sempre colpito dei grandi fotografi è imporre la loro presenza e Friedlander lo fa anche all’interno delle sue fotografie.

Conclusione

Potrei riassumere la sua fotografia proprio così “presenza”, Lee è alla costante ricerca di se stesso e questo è una dei motivi per cui partecipa alla mostra New Documents.

E’ un fotografo suvversivo, tende a stravolgere tutto, l’editing dei suoi libri è particolare a volte usa il formato 6×6 insieme al 35mm e lo fa con dittici particolari concentrandosi su geometrie e accanto fotografie con un contenuto con tante ambiguità, vi consiglio vivamente di comprare un libro e sfogliarlo più volte.

A volte solo i fatti della questione lo rendono interessante.” “Quando fai una foto non hai idea che sarà quello che è. Forse hai un indizio ma non lo sai davvero. L.F.

E voi cosa pensate di questo fotografo?

Buona Luce

Emanuele

Gianni Berengo Gardin l’occhio come mestiere

Oggi vi parlo di un fotografo italiano che stimo per diversi motivi, un fotografo che ancora oggi ha un’influenza importante per la fotografia italiana o almeno per quei pochi fotografi italiani che ancora studiano fotografia e non pensano solo ai megapixel.

Gianni Berengo Gardin nasce a Genova nel 1930, comincia a scattare una fotografia considerata ai tempi “artistica”. Un giorno uno zio ritornato dall’America amico di Cornell Capa (fratello di Robert Capa) chiede quali libri può portare al nipote che sta cominciando a fotografare e Cornell gli suggerisce: “Life”, della Farm Security Administration, di Dorothea Lange, Robert Capa e di James Smith.

Grazie al dono ricevuto dello zio comincia a studiare fotografia, specialmente considerato che avere dei libri di fotografia ai tempi non era così facile, come lo stesso Berengo ricorda spesso.

Berengo Gardin non voleva studiare, “non gli interessava”, così il padre gli consigliò di andare a lavorare. Si trasferì quindi a Parigi dove lavorò come cameriere e nel tempo libero cominciò a frequentare Doisneau, Masclet e Willy Ronis.

In realtà non sono il “Cartier-Bresson italiano”, sono il “Willy Ronis italiano” perché da lui ho imparato quasi tutto, sia la pratica che la teoria. E a Parigi ho scoperto la foto umanista, quella che i francesi chiamano la foto umanista. G.B.G.

Così comincia a fare il fotoreporter ma i giornali non pubblicano neanche una sua fotografia e decide di buttarsi nell’editoria ma nessuno accettava il suo lavoro su Venezia considerata una fotografia non appropriata visto che come dice lui stesso: “non era la classica foto cartolina”. Così un giorno organizza una mostra e un editore Svizzero in una settimana impagina un libro dando inizi alla sua carriera.

Sii un conservatore

G. Berengo Gardin è un grande conservatore della pellicola definendola “vera fotografia”, per lui la vera fotografia è quella in bianco e nero perché lui è nato con la televisione in bianco e nero.

Si scontra con tanti fotografi, in tutte le sue interviste sembra maledire la fotografia digitale per tanti aspetti, è inutile dire che lui rimane fermo del suo parere: è un conservatore, su tutte le sue fotografie applica un timbro “vera fotografia”.

Cambia Strada

Ha cambiato la sua strada pubblicando libri invece di pubblicare sui giornali e a suo dire questo cambio di direzione è stata la cosa migliore che gli poteva capitare. La strada che ha intrapreso Berengo ha cambiato le opinioni degli italiani come la legge Basaglia che ha permesso la chiusura dei manicomi e di vedere la vita nei campi Rom più da vicino.

Filosofia di scatto

Per lui il fotografo è come il medico o l’architetto; è un artigiano a tutti gli effetti, in tanti lo reputano un artista ma lui non si ritiene tale anzi non vede questo lato della fotografia scostandosi un bel pò dalla fotografia americana. Nel suo ultimo libro c’è un’intervista che cambia questo aspetto della sua filosofia o almeno quella che vediamo nelle sue interviste, definendo la sua fotografia una sua parte di vita nella maniera più pura.

Una condivisione soft

Berengo ha tanti amici fotografi come Tano D’amico e Elliott Erwit con cui ha anche fatto la mostra “Un amicizia ai sali d’argento” ed ha avuto una grande stima da parte di H.C.B. che gli fece una bellissima dedica. Ma Berengo è un fotografo schivo e da quello che si dice non partecipa agli eventi e si fa vedere solo nel suo negozio preferito di Milano, New Old Camera.

Conclusione

Mi sono soffermato su pochi aspetti, quelli che mi hanno sempre colpito di questo grande fotografo che ancora oggi continua a stupirmi. Vi invito a vedere i video che trovate sul canale youtube di New Old Camera che ci regala ogni tanto dei video incredibili su Berengo.

Buona Luce

Emanuele